Analisi

la caduta dell’italia
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COVID-19 Non È Stato, Non È e Non Sarà, Uguale per Tutti: Con il Senno di Poi Verso il Day-After

Tanto di cappello a tutti gli eroi: i grandi eroi, quali gli ospedalieri, i medi eroi, quali quelli che portano, per esempio, ogni mattina le derrate ai supermercati, ed i piccoli eroi, quali tabaccai ed edicolanti, che pur non essendo oggettivamente essenziali lo sono, soggettivamente, invece per molti (soprattutto anziani) in quanto uno dei pochi riferimenti rimasti per scambiare due parole, in fretta e di persona, fuori dall’ambito della quarantena.

Ma con gli eroi le crisi non si affrontano né si risolvono: gli eroi diventano tali ‘per gesta prodigiose e meriti eccezionali’. Se si vive in una comunità che deve affrontare una situazione di crisi basandosi esclusivamente sugli eroi allora c’è qualcosa di strutturalmente sbagliato (caso mai fosse servito il coronavirus per accorgersene): gli eroi si esauriscono, in senso fisico, in breve tempo e resta il niente, che loro malgrado, gli ha costretti ad assumere tale ruolo.

Essere analista, e non un politico o un giornalista, significa che l’oggettività deve essere la guida di quello su cui si ragiona, per poi adattare lo scenario che ne risulta alle necessità dei decisori. In quello che si vede ora, dal livello centrale al periferico passando per i cazzari che si sono moltiplicati (in numero e idiozie) nei social e nei media, l’oggettività è un miraggio. La realtà è inversa e cioè ‘dico quello che penso mi serva, alla ‘cazzo’’’, e non importa se quanto detto è basato sul reale o meno: se questo può far gioco ai social-cazzari, o ai molti in tempi normali, per le istituzioni a qualsiasi livello in momenti di crisi ciò non è permesso, perché si traduce nel giocare con la vita dei componenti della comunità di cui sono responsabili.

Ci sono una serie di istituzioni scientifiche, per tutte enblematicamente questa, dove fior fiore di scienziati perdono il loro tempo, da un po’ di decenni, a calcolare i diversi rischi di estinzione della specie umana e dove, naturalmente, le pandemie sono oggetto di studio. È coscienza (istituzionale, dello stato, della cosa pubblica…come si vuole chiamarla) che a fronte di questa eventualità non esistesse un piano di intervento operativo strutturato, perfettibile al caso e perfezionabile ogni anno attraverso bio e health intelligence, con cui ipotizzare di affrontare una ipotetica situazione? Affidando il tutto magari a qualche pensionato ministeriale, tanto per farlo invecchiare serenamente tenendolo occupato? Non bisogna fare la fatica di inventare niente, basta copiare ed adattare.

In Italia prima dell’emergenza c’erano circa 5.800 ICU: poche o tante (perché ‘poche o tante’ e dove ‘poche o tante’, non importa) esse mediamente avevano un tasso di saturazione di circa l’80% e non sembra si siano mai verificate emergenze diffuse a loro riguardo: quindi erano bastevoli e, di conseguenza, la loro insufficienza durante la crisi non ha origine anteriormente alla stessa. Ciò tanto più in ragione del fatto che la Centrale CROSS sembra stia per fortuna svolgendo egregiamente il lavoro per cui è stata prevista. È coscienza che nessuno abbia mai pensato ad un pianificazione (anche imperfetta) per progressivamente moltiplicarle (con gli annessi e connessi, anche di concentrazione territoriale differenziata e dinamica) in funzione del numero (limite e limitato) di operatori che si possono, in situazione di epidemia, potenzialmente cooptare per farle funzionare?

Alle ICU, per esistere, sono necessari ausili tecnici ed umani codificati da anni, in quanto tipologie quali e quantitative di risorse e turn-over. È coscienza no avere scorte ma, neppure, un piano strategico minimale per sapere dove e come reperire tali risorse con relativo GANTT (di acquisto, di conversione di produzioni…) in situazione di allarme pre-crisi? È reale che nel Veneto (solo per esempio) sia necessario ringraziare Grafiche Venete per l’autonoma iniziativa di convertire parte della produzione in mascherine? Per il Veneto e per l’Italia in caso di pandemia Grafiche Venete è strategica o no? Pare di si, e allora perché essa è dovuta auto-elevarsi a tale ruolo 15 giorni dopo il D-Day? È reale che dal 1948 nessuno centralmente abbia pensato ad una necessità del genere, spalmandola regionalmente per ipotesi (anche errate, anche approssimate) di flussi derivati da focolai casuali?

Ancora, non c’è un problema ‘tamponi’ (altra perla di comunicazione dei social-cazzari, compresa la questione di vendita agli USA) ma un problema di elaborazione dei tamponi: pochi (in crisi) laboratori che producono in tempo utile risultati. I bio-laboratori rientrano per ‘esplosione’ di processo negli ausili ICU e, a logica, maggiormente nella pianificazione di una gestione emergenziale pandemica. È difficile provvedere ad una mappatura regionale strategica dei laboratori atti allo scopo, pubblici, privati e industriali, ed aggiornarla nel suo evolversi, attuale e potenziale, ogni anno e prevedendo potenziamenti di massima?(*)

A cosa servono i sistemi di informazione e chi li coordina (i servizi)? In breve a costruire scenari per i decisori centrali, in dettaglio quanto previsto dalla Legge 124/2007 e modifiche successive. Ora considerando la situazione attuale in funzione del pre-crisi due sono le cose: o costoro hanno fatto il loro lavoro, e non sono stati considerati, oppure non lo hanno fatto (o fatto male, o messi in condizione di non farlo). Questo vale per l’analisi di scenari esterni (approccio del virus verso l’Italia e risorse esterne a cui attingere) e per quelli interni (gestione del virus e gestione delle risorse strategiche interne). Non ci è dato conoscere le analisi dei servizi in merito: nella Relazione sulla Politica al Parlamento del 2019 (pubblicata il 2 marzo, quindi con crisi in atto ma elaborata molto prima) la parola ‘coronavirus’ appare due volte, ambedue solo con valenza di sino-analisi; FOX News del 19/3 dichiara, senza citare la fonte, che i servizi hanno informato i decisori sulla minaccia proveniente dall’estero ma non sono stati presi in considerazione. Comunque la si veda la coscienza, di chi doveva produrre o di chi doveva decidere cosa far produrre è, da questo lato, mancata, soprattutto in ottica strategica interna e a farne le spese sono stati i cittadini.

Non si venga a dire, come qualcuno ha provato, che è una situazione nuova mai affrontata perché i cigni neri sono parte del possibile (come Nassim Nicholas Taleb insegna da un po’ di anni) specialmente nel lavoro di intelligence. Tanto più a fronte di analisi come questa, che dimostrano che dati e informazioni c’erano e sarebbe stato sufficiente allertare il sistema (e il mal-comune-mezzo-gaudio è solo fuori luogo).

Andando oltre il lavoro dell’intelligence operativa, e quindi oltre l’ambito degli scenari predittivi attuati dagli specialisti, le prime news di epidemia in Cina risalgono al capodanno. In Italia ci sono due organismi: il COPASIR (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) che ha il compito istituzionale (parlamentare) di controllo dell’operato dei servizi, e il CISR (Comitato Interministeriale la Sicurezza della Repubblica con, tra il resto, a capo il Presidente del Consiglio) con ‘funzioni di di consulenza, proposta e deliberazione sugli indirizzi e sulle finalità generali della politica dell’informazione per la sicurezza.’ Solo a livello di metabolizzazione delle informazioni derivanti dalle news questi due organismi ed i loro componenti, da capodanno al 29 febbraio, cosa hanno fatto?(**)

Questo è il senno di poi della pre-crisi, fase ormai conclusa. È la fase in cui la parola d’ordine progressivamente trasmessa mediaticamente dalla Presidenza del Consiglio, Ministri, e a cui i Governatori hanno o dato credito o condiviso, era una sola: l’Italia è ‘prontissima’, ha già adottato ‘a misure cautelative all’avanguardia’ e tutti ‘i protocolli di prevenzione’ (dal 27 gennaio in poi Giuseppe Conte su più reti televisive, a scelta).

È vero, come dice Corrado Augias, che dal 1948 nessuno presidente del consiglio ha dovuto affrontare una simile situazione: questo però giustifica né le cause dell’entità del disastro, che poteva essere limitato (magari anche di poco) a priori, né soprattutto la menzogna.

Non si è detto la verità: non si era ‘pronti’ a niente, non si avevano informazioni utili (o non si è dato peso ad esse, se c’erano, o non si è pianificato la loro produzione) per esserlo, e non si è ‘adottato’ niente per essere pronti, perché un piano preventivo di intervento strutturato, i fatti dimostrano, non esisteva e, in due mesi, non è stato ‘approntato’. Inoltre chi doveva controllare non lo ha fatto.

Si poteva, come al solito, sperare solo nei soliti eroi: loro lo sono, altri che stanno per l’ennesima volta approfittando della situazione per passare come tali non sembra lo siano, nei fatti. L’abnegazione in corso d’opera e verso la collettività è il dovere minimale che spetta a chi ricopre un ruolo istituzionale.

Un plauso ai Governatori: non sono delle cime ma, con i loro limiti (tra cui le assurdità sparate sotto stress e le posizioni pre-crisi dettate dall’ignoranza in materia, dovuta alla non conoscenza non a colpe personali), quai tutti hanno incarnato progressivamente almeno l’entità ‘Stato’ nei confronti dei cittadini (un plauso ulteriore di onesta intellettuale, tra gli altri, al neo-eletto Governatore della Calabria Jole Santelli che l’8 marzo dichiarò ‘È evidente che una sanità come quella calabrese, …,non è in grado di reggere una situazione di totale emergenza’.).

Il modello italiano per affrontare la crisi, ad ora, non è quello da seguire: i numeri dicono questo. Oltre l’approccio esperenziale strettamente medicale ad una malattia mai riscontrata prima nel suo sviluppo che, per ragioni di tempo di diffusione in funzione nel numero degli ammalati, vede l’Italia suo malgrado leader, chi dice che il paese è un ‘esempio’ è un pazzo. La Corea del Sud:

  • ha 51 milioni di abitanti rispetto ai 60 dell’Italia, con la medesima configurazione di cluster per età: i due paesi quindi si possono assimilare demograficamente;
  • ha subito l’inizio dell’epidemia (centesimo caso) 2 giorni prima dell’Italia;
  • è nello stesso continente della Cina, con la quale aveva flussi di movimentazione di persone multipli rispetto l’Italia;
  • ad oggi registra 158 decessi.

Se si prendono i primi cinque paesi (Cina, Corea, Giappone, Italia e Iran) in cui l’epidemia è progredita e, a parità di giorni di contagio, si calcola il rapporto decessi/popolazione (tasso di mortalità) l’evidenza delle validità dei modelli è nei numeri, non nelle chiacchiere.

Perché il modello Corea (praticamente quello cinese, ma sugli effettivi numeri cinesi, come di altri, molto bisogna andare cauti) ha funzionato? Apparentemente per quattro motivi:

  • identificazione digitale dei contagiati, mano mano che evidenziavano sintomi, e tracciamento digitale della loro rete sociale di contatti;
  • tamponi ai contatti tracciati, che vuol dire tamponi mirati e non a tutti;
  • misure stringenti immediate di contenimento territoriale:
  • comunicazione chiara e trasparente alla popolazione.

Alcune considerazioni sull’identificazione digitale:

  • dal 23 marzo in Italia ferve il dibattito (a scelta su qualsiasi quotidiano) sull’ennesima task-force di teste fini per ipotesi non meglio precisate di soluzione: in Israele hanno risolto la questione in un giorno (circa 2 settimane orsono) facendo, tra il resto, lavorare un contractor alla gogna mediatica internazionale per una tecnologia di intercettazione illegale. Forse mancano le competenze in Italia? Quelle private no, quelle pubbliche fate voi, insieme alla valutazione sui decessi che si sarebbero potute ad oggi evitare. Il Ministro Pisano fino al 23 marzo di cosa si è occupata?
  • è un problema di privacy? No. Ci sono mezzi tecnici per controllare chi controlla. Si chiamano smart-contract e blockchain. Forse mancano le competenze (e chi si offre a farlo) in Italia? Quelle private no, quelle pubbliche neppure, sembrerebbe, essendoci da tempo per l’AI un’iniziativa di studio del Ministero per l’Innovazione e, per blockchain, una del MISE. Eppure bisogna (pensare di) fare l’ennesima task-force. Il Garante della Privacy, i Ministri Pisano e Patuanelli sanno che queste tecnologie esistono e potevano da subito essere applicate allo scopo? I ministri sono consapevoli di avere i gruppi di studio operanti da tempo in questi campi al loro interno? Sembra di si perché nei social non si è fatto altro che vanto, nei mersi e anni scorsi: qua però si parla di morti, non di like.

Non servono esperti su esperti, task-force, bandi e tutto il carrozzone che con la solita enfasi a colpi di social è stato messo in piedi: in emergenza, quando si devono salvare vite, è necessaria la competenza mirata. Qua è già tutto fatto (da Microsoft, WHO, Israele e altri) sia per la tracciatura che per la privacy, se ne possiede la minima cognizione? Con la competenza si risparmiano soldi, tempo e vite.

Lasciamo perdere una serie di considerazioni evidenti sulla comunicazione e sulle restrizioni socio-territoriali: conferenze stampa alle 2 di notte su Facebook, decreti ogni due giorni con incorporate fughe di notizie, parlamento semi-esautorato, restrizione territoriali dinamiche anch’esse ogni 2 giorni e con validità postuma (così si sono scatenati gli esodi potenzialmente proto-pandemici sui treni sovraffollati, autostrade e traghetti), zone rosse con il freno a mano, baruffe con i governatori, carceri.… Esse sono tutte cose giustificabili e concepibili nel verificarsi in emergenza, ma si possiede in organico un gestore delle crisi che insegni cosa comunicare e come? Si pensa basti dire il numero dei decessi come ultimo dato in conferenza stampa o fare due post su Facebook? L’Italia nella tematica della gestione delle comunicazioni di crisi ha una scuola di eccellenza mondiale, se ne è consapevoli?

Lasciamo pure perdere tutto in nome del ‘tutti uniti’, ma queste sono purtroppo parte delle considerazioni che contribuiscono a validare modelli non su chiacchiere ma sul numero delle vite che si possono salvare, magari anche per poche unità.

Ancora a proposito di comunicazione e per la serie coscienza, è possibile non avere scenari aggiornati periodicamente di previsione sulla durata della crisi, dal punto di vista epidemiologico e di emanazione centrale. Tutti professori, tutti in comitati tecnici, tutti sui social ma per avere scenari attendibili in progressivo aggiornamento bisogna rivolgersi all’estero. Cosa ci sta a fare il Comitato Tecnico Scientifico a consulenza della Presidenza del Consiglio? Si possono aggiornare le persone (il famoso popolo della Costituzione) periodicamente sull’evoluzione prevista come fanno negli altri paesi (da Singapore al Regno Unito, passando per gli USA e Taiwan: guardatevi i siti istituzionali per credere)? Si può avere una voce con autorevolezza istituzionale di natura predittiva che si elevi dal porcaio di pubblicazioni e studi che stanno impestando, con chiaro danno informativo perché non tutti sono analisti, la rete e i media?

L’eccellenza italiana dello scarica barile invece funziona sempre. Prima, in ottica di approccio della crisi e della sua conduzione nell’aspetto socio-sanitario dal centro alle regioni; adesso, in ottica di emergenza socio-economica, dal centro ai comuni. Si pensa sinceramente che 4,7 miliardi di EURO (di cui 4,3 di anticipo) riversati l’altro giorno in capo alla responsabilità distributiva dei sindaci siano bastevoli per arginare la crisi sociale che sta covando (il conto è sempre quello del salumiere, a dispetto dei grandi economisti che imperversano in rete: dati ISTAT riguardo numero di poveri e di lavoratori del sommerso diviso per stanziamento complessivo)? I fondi, sicuramente utili nell’emergenza di immediato sostegno, sono però nella sostanza sono solo un palliativo a fronte delle caratteristiche di impoverimento di un sistema che, strutturalmente, ha potenzialità, soprattuto in alcune zone, esplosive dal lato sociale (come correttamente i servizi hanno, questa volta, evidenziato).

Per la validità del modello italiano si pensa l’analisi dia spunti sufficienti di valutazione, tanto quanto l’azione pre-crisi, con riguardo la famosa frase del 23 marzo, pronunciata in parlamento, circa come ‘la storia ci giudicherà’.

Non si vuole né ‘sparare sulla Croce Rossa’ né cadere nel facile qualunquismo del senno di poi. Tanto quanto gli eroi, l’abnegazione istituzionale non si mette in discussione: anzi chi scrive, considerando l’antecedente situazione in essere, sicuramente non avrebbe fatto meglio (a parte, forse, il ‘tutto sotto controllo’ ma, con riguardo ciò, bisognerebbe risalire a chi ha fornito l’analisi a colui che l’ha pronunciata).

Il problema è però che il rispetto per l’impegno altrui non cancella considerare l’ignoranza, l’incompetenza, il pressapochismo, la sottovalutazione, il protagonismo, la cecità culturale e l’arroganza di chi crede di essere casta, i fattori (dall’inizio delle seconda repubblica a tuttora) principali della crisi, della sua conduzione e, soprattutto, del numero delle vite perse lungo la strada.

Questa considerazione mette oggettivamente l’analista in prospettiva di paura: personale e per i suoi simili. Infatti il cigno nero in forma di virus, che vede il paese in ginocchio in ottica sanitaria per l’incompetenza reiterata delle classi dirigenti nei decenni, produrrà gli effetti negativi più estesi e pervasivi dal lato economico. La situazione pre-crisi e la batosta globale, di cui si possono ad ora solo percepire i segnali, lascerà sul terreno vittime economiche in numero molto maggiore rispetto ai deceduti per malattia e, parimenti, non colpirà tutti nella medesima maniera. L’Italia, in situazione non rosea prima della crisi, a parità di fattori è candidata ad essere uno dei paesi che più ne subirà le conseguenze: considerando che la leadership è sempre la medesima la prospettiva è tutt’altro che rassicurante.

Economia ‘di guerra’ non è una concetto astratto, o una sequenza di parole per un titolo ad effetto. In un economia di guerra la sopravvivenza ha la precedenza su tutto, progressivamente dal livello personale al nazionale, passando per quelli famigliari e sociali (di gruppo, territoriale, lavorativo, ideologico…). La guerra economica si sposta dal piano ‘della ricerca del potere e del suo mantenimento nell’ambito economico’ all’ambito della ‘resistenza in vita’ per livelli di interessi comuni via via più ampi. Questa è la storia di tutti i conflitti economici in tempo di guerra, dove il ‘tutti contro tutti’ viene superato solo quando la collaborazione permette alle diverse componenti dei ‘tutti’, via via sempre più ampie, almeno la sopravvivenza, non l’ottenimento di maggiori interessi, come nelle guerre economiche in tempo di pace.

I quattro cardini teorizzati dell’economia di guerra:

  • programmazione iniziale degli sforzi;
  • distribuzione delle risorse predefinita;
  • gerarchizzazione degli obiettivi;
  • selezione attenta della spesa pubblica e privata;

bene si adattano dalla massima sovra-collettività alla minimale (famiglia, individuo, sostituendo al binomio spesa pubblica/privata per i gruppi più piccoli la piramide di Maslow) ed hanno come obiettivo primario la sopravvivenza per cerchi via via più ampi. Questo è ora se si osservano le aspettative nel paese.

L’esito economico della pandemia, nei numeri, è stata previsto in diverse pubblicazioni in rete le quali erano tutte concordanti nel risultato finale di recessione globale che, infatti, è stata dichiarata il 28 marzo. Per l’Italia alcune predizioni aggiornate periodicamente (naturalmente private o sovranazionali), per quanto ottimistiche e non specialistiche, connotano possibili realtà future, ovviamente oggettivamente pessime.

Tralasciando i numeri e generalizzando, il concetto basilare è che il coronavirus, tanto quanto in ottica sanitaria, non sarà uguale per tutti anche negli effetti economici. Anzitutto, e fino al vaccino se mai sarà prodotto, il pericolo di recidiva pandemica è uno delle costanti su cui fare i conti. Questo vuol dire che le frontiere, a livello nazionale, resteranno chiuse per tempo attualmente non prevedibile e, all’interno di ogni stato, i movimenti delle persone, per un periodo lo stesso non ipotizzabile nella durata, saranno soggetti a limitazioni più o meno stringenti e cicliche.

Quindi interi macro-settori saranno azzerati per un periodo ora non determinabile: a solo a titolo di esempio le filiere del turismo, della cultura e dell’intrattenimento che, individualmente e connesse, molto peso hanno in Italia per percentuali di PIL, forza lavoro e dipendenza dall’estero.

Sotto altro punto di vista l’isolamento socio-territoriale sta già provocando, e sempre maggiormente lo farà per motivi di sopravvivenza, un ricorso alla digitalizzazione pervasiva sia dei centri di costo e ricavo riferiti al risultato lordo industriale sia dei costi che concorrono a formare EBIT. Se per i primi la digitalizzazione/automazione era fattore competitivo anche prima del coronavirus, per i secondi no. La loro trasformazione oltre a imporre modelli di business nuovi impongono investimenti anche in settori non prettamente ad alta tecnologia o automazione, come l’artigianato diffuso.

In Italia circa il 90% della forza lavoro è in carico alle PMI con fatturato minore di 50 milioni di EURO, le quali producono poco meno del 60% del PIL italiano. Il problema è che solo il 26% di esse è digitalmente matura nei processi produttivi, semplici e complessi che siano, e quindi pronta a sfidare il mercato contando su tecnologie avanzate: questo riferito ai soli centri di costo e ricavo che contribuiscono a formare il risultato lordo industriale. Per i processi di spesa riferiti alla contribuzione di formazione dell’EBIT, la cui digitalizzazione è ora necessaria per la quotidianità (comunicazione con gli stockholder, telelavoro…), si ipotizza invece una percentuale di maturazione digitale molto inferiore, con tutti i problemi che ne derivano.

I dati strutturali indicano per l’Italia che:

  • analfabetismo funzionale è sistemico, quindi necessità di investimenti per digitalizzare la conoscenza in capo alle persone (e nel merito si veda la reazione dell’Estonia alla segregazione e quanto paga la predettività sociale, quindi l’adozione di politiche accorte nei decenni);
  • il paese è al 24°/28 posto in Europa per la digitalizzazione dell’economia e della società, e il settore pubblico, dell’e-government, è la palla al piede nel calcolo della perfomance;
  • l’economia sommersa e da attività illegali è il 12% del PIL: sui lavoratori di settore, quelli in nero, nessuno datore di lavoro investirà mai per la digitalizzazione (e non solo per essa);
  • le partite iva sono circa 5 milioni, di cui il 25% sotto la soglia di povertà: questi hanno altrettante famiglie alle spalle ed è intuibile per loro l’importanza del concetto di sopravvivenza rispetto a quello di ripartenza;
  • per le start-up la ricerca, per carità di cronaca, il discorso è neppure da affrontarsi, visto che queste categorie sono notoriamente da sempre state prese a calci nei denti, con l’ovvia conseguenza di dover dipendere quasi totalmente dall’estero per l’innovazione. Illuminante al riguardo quanto emanato il 25 marzo in Francia, in pieno tsunami, ed i motivi addotti allo stanziamento di 4 miliardi di Euro.

Inoltre i mercati non sono solo interni ma, soprattutto per l’Italia manifatturiera, principalmente esterni e le catene di formazione del valore globalmente stanno dando i primi segnali di cedimento.

Il quadro che ne deriva è, appunto, da oggettiva paura a cui fanno da corollario tre numeri: in quanto a misure economiche preventive, di sostegno e diversamente articolate, al 29 Marzo la Germania ha stanziato 1.100 miliardi di Euro, gli USA 2.000 miliardi di USD, l’Italia circa 30 miliardi di Euro, di cui gli ultimi 4/5 dopo i primi assalti ai supermaket. Anche dando credito alle migliori stime in Italia si arriverà, con i parametri attuali, a non più di 80/100 miliardi di Euro. Con solito calcolo del salumiere si divida per il numero di abitanti di ciascun paese e si consideri il risultato.

Stando così le cose lo scenario d’esito del conflitto economico in periodo di guerra, allo stato dell’arte, volge al pesantemente negativo per il paese. Si necessita di un piano Marshall per evitare che il paese, ed il suo tessuto sociale, implodano, come correttamente enuncia Limes nelle sue analisi, e sotto intende Mario Draghi nelle sue proposte tutt’altro che velatamente.

Il piano Marshall, sommariamente, fu attuato dagli USA alla fine della IIWW per evitare che l’Italia, in ginocchio come oggi, cadesse per necessità economiche sotto l’influenza sovietica. Quindi bene fa il Governo, in una condizione di guerra per la sopravvivenza, a ricattare l’Europa per ottenere l’impossibile, e bene fanno le opposizioni a fomentare e sostenere il gioco (intervento di Giorgia Meloni, il 25/3 in parlamento, nel passaggio circa l’utilità delle istituzioni europee alla luce della crisi). L’Europa, e tanto più la Germania, affinché non salti il banco non possono fare a meno dell’Italia (tanto quanto gli USA post IIWW), e tanto meno del gruppo di nuovi compagni di sventura che si è venuto a creare, capeggiato da Francia e Spagna.

A vedere le reazioni delle istituzioni europee, alle micidiali uscite proferite prima da Christine Lagarde e poi da Ursula von der Leyen, sembra che la strategia possa funzionare: non si otterrà l’impossibile ma, molto probabilmente, buona parte di esso in una qualche forma.

D’altro canto la regola base tattica della minaccia è che si deve essere, almeno, in grado di dimostrare di poter portarla a compimento. La minaccia adesso si incarna non solo con l’idea di far saltare il banco ma, sopratutto, con l’ipotesi di ‘far da soli’, soluzione palesemente irrealizzabile di per se stessa a meno di passare armi e bagagli nell’ambito di un’altra sfera d’influenza quale, per esempio, la cinese (soluzione che, sia per la ripresa del mercato interno che dell’esterno e anche per altri motivi, non sarebbe dopo tutto peregrina). A questo riguardo qualche azione più incisiva di SOCMINT nazionale, rispetto ai soli servizi sui media circa i medici russi e cinesi che scorrazzano per l’Italia, è necessaria e sarebbe utile.

Quando si è in ginocchio bisogna scendere a patti, anche con se stessi, se la sopravvivenza è messa in gioco.

Tuttavia si nutrono seri dubbi circa la capacità dell’attuale classe dirigente e dell’apparato a supporto, con origine indifferentemente governo o opposizione, primo di (avere il coraggio di) effettivamente portare a casa in una maniera o nell’altra (comunque vada a finire, dentro o fuori l’Europa) il miglior risultato utile e, secondo, di eventualmente gestirlo avendo come obiettivo gli interessi del paese.

Generalizzando, non è una questione di singoli, o di età o di fede politica, ma della mentalità che permea l’essere casta in Italia e che, dall’avvio della seconda repubblica, ha prodotto la situazione che si sta vivendo ed a cui il coronavirus, economicamente, è solo il cigno nero che ha dato il colpo di grazia. La situazione, pur essendo di rottura verso il basso, con le giuste persone per competenza e senso della collettività potrebbe rivelarsi, cinicamente, la migliore opportunità che il paese ha avuto negli ultimi 70 anni per raddrizzarsi.

Anche questo facile qualunquismo? No. Le persone capaci e competenti esistono, e sono molte, dentro la politica, l’apparato statale e la società attuali. Il problema è che esse, per ovvie ragioni di disgusto e non identificazione con gli obiettivi e le metodologie che la gestione della cosa pubblica negli ultimi 30 anni ha progressivamente fatto propri, hanno preferito essere rilegate ai margini dell’azione sociale o parteciparvi per niente. L’astensionismo elettorale ai massimi storici, dal 1979 a partire dalle elezioni politiche per finire con le amministrative, sono la testimonianza più lampante.

Intanto, aspettando, si è in ginocchio sui ceci, iniziando a mangiare i ceci.

Aggiornamenti:

(*) conferenza stampa del 18/4 del Commissario Arcuri in cui viene confermata la sovrabbondanza di laboratori ma l’assenza di coordinamento iniziale;

(**) 4/4, i servizi fanno trapelare il loro scenario da fonte logicamente ufficiosa ma attendibile. Si indica che il COPASIR, dopo l’audizione del 25 marzo, ha invitato il Presidente del Consiglio ad attivare i servizi specificatamente riguardo l’emergenza e acquisirne le analisi. Si sottolinea la situazione per cui il CISR non è stato mai convocato dal 31/1, giorno di dichiarazione dell’emergenza. Si stanno delineando quindi le responsabilità di condotta;

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