digital zombies

Archivio, 3 settembre 2018, SOCMINT e personalità virtuali autonome

La questione degli zombie digitali è questione complessa e non interessa solo l’intelligence inerente i social media. È complessa in senso letterale, perché composta di sottosistemi non sempre immediatamente rilevabili nelle loro articolazioni, che interagiscono mai in maniera lineare e sempre con feedback la cui evidenza è spesso dilatata nel tempo di osservazione.

Le premesse sono diverse. La prima è che l’esistenza di ognuno (ci si concentra sulle persone fisiche ma il discorso può essere senza difficoltà traslato a qualsiasi entità con presenza digitale, quindi aziende, enti, associazioni, eccetera) è doppia: esiste quella fisica, nel mondo reale che finisce con la morte, ed esiste quella digitale, che potenzialmente non finisce mai. Nel corso degli ultimi trenta anni la seconda ha preso progressivamente consistenza quantitativa dal punto di vista delle informazioni esistenti e non cancellabili. Altra premessa è che l’indelebilità informativa post-morte fisica è sempre esistita: prima verbalmente, poi per via scritta ed infine digitalmente si sono trasmessi, dalla notte dei tempi, fatti e pensieri. La differenza in questo caso è qualitativa, oltre che quantitativa. Prima venivano propagati testi e pensieri di coloro i quali volevano essere ricordati, e che in vita si comportavano in maniere conseguente con opere e fatti, oppure di coloro i quali i postumi ne ritenevano essenziale la conservazione e propagazione delle informazioni. Ora, attraverso le forme di indicizzazione digitale, i dati di tutti possono essere soggetti a rapido reperimento e condivisione. In altre parole se con la sola forma scritta (archivi, eccetera) ricostruire in via postuma la vita di una persona priva di qualsiasi componente ‘pubblicistica’ non era impossibile, ma difficoltoso considerando il difetto di informazione e la difficolta di ritrovamento della stessa, adesso invece è tutt’altro che arduo e lento.

Con il presupposto che colui che muore (comunque si pensi vadano le cose dopo, e dal punto di vista del trapassato) cessa di avere qualsiasi attinenza (interazione) con il ‘mondo’ che lascia ecco che la figura dello zombie digitale prende consistenza. Come i personaggi portati al successo cinematografico da Geoge A. Romero, una volta defunto ognuno di noi ha, e avrà, un alter ego (digitale), che con l’originale non ha più nessun contatto e che potrà vivere di vita propria sulla base delle informazioni nei magazzini virtuali (e non della volontà dell’originale, ormai impossibilitato ad esprimerla).

Si ripete: per coloro che, oggi come ieri, mirano con atti volontari a ritagliarsi un pezzetto di immortalità il problema non persiste, tanto quanto per coloro a cui l’immortalità viene imposta da terzi in ragione di ciò che si è fatto da vivi. La massa degli utenti social e del web però non appartiene a queste categorie ed ugualmente essi saranno tutti zombie digitali.

Il sottosistema legale si muove a tentoni nel marasma. Le menti pensanti, politiche in primis e leguleie al seguito (docenti universitari e similari) sono assolutamente impreparate, dal punto di vista degli schemi di pensiero, ad affrontare l’argomento. Anche i think-thank più avanzati nel merito (in Italia comunque assenti, salvo rare individualità) sono in difficoltà nella predizione di scenari e nelle proposte di soluzioni che possano, in qualche maniera, portare ad una preservazione individuale efficiente ed efficace: quelle esistenti per ora sono aggirabili e di relativa utilità. L’ambito della filosofia dell’informazione invece è molto attivo, Oxford in testa. Il settore ha ben presente gli zombie attuali, conseguenze e relatività: peccato che i feedback sistemici, tolti i soliti circoli facenti capo ai ‘digital-right’, siano pressoché inesistenti a livello di reazione. L’autoregolamentazione procede a macchia di leopardo: i grandi player la dichiarano più per una questione di immagine che di sostanza (comunque non controllabile da eventuali interessati, oltre il nominale auto-dichiarato dai player stessi). La miriade di micro player, a cui ognuno di noi è logato per l’esistenza quotidiana, non pensa minimamente ad affrontare la questione del post-mortem, GDPR o meno. Il sottosistema del fai da te invece può funzionare, anche se impervio. Lasciando perdere i diversi servizi che a pagamento si preoccupano di farti sparire dal digitale ‘nominale’, una volta avuta notizia o supposta la morte (e che funzionano male perché non coprono tutto lo scibile), la via da seguire è binaria: si deve avere una lista aggiornata di tutti i propri log (compresi OTP, double AUTH, domande complementari eccetera) ed implementarla con costanza; bisogna avere una persona di assoluta fiducia a cui affidare il tutto ed essere sicuri che farà il lavoro dopo, prendendosi dei rischi in quanto attività non del tutto lecita anche se non si compie nell’effettuarla nessun illecito. Fatto questo il nostro zombie avrà meno possibilità di continuare a vivere.

Il sottosistema ‘chatbot col morto’ è effervescente di soluzioni: in abbinata con l’intelligenza artificiale, iniziative di bot e social che fanno colloquiare con zombie, o ci preparano a diventare zombie colloquianti, ne stanno nascendo a dozzine. La corsia preferenziale all’immortalità interattiva a disposizione di tutti è, dal lato imprenditoriale, attualmente in fase di costante sviluppo.

Infine il macro sistema dell’intelligence per il quale, da qualunque parte la si guardi, è una pacchia. La benedizione deriva da una serie di fattori: il dato digitale in rete è potenzialmente indelebile; non c’è nessuna garanzia di distruzione definitiva (fisica) del dato: l’obbligo di legge quando presente non assicura l’effetto presso l’operatore; i meta-dati di diverso livello, indicativi tanto quanto il dato, sono spesso trascurati nello specifico pubblico, immaginarsi nel privato; i sistemi di storage seguono ancora la legge di Moore e la seguiranno, a scanso di rivoluzioni quantistiche, per i prossimi 20 anni, con conseguente possibilità di immagazzinamenti laterali pressoché illimitati; i sistemi di indicizzazione sono una delle attuali punte di diamante dell’AI tanto in rete (surface e deep) quanto in relazione a big data di proprietà; la digitalizzazione dell’individuo-cittadino è un fine politico a livello nazionale e sovra-nazionale; essa è condizione necessaria per usufruire di servizi statuali e basici (bancari, welfare, eccetera) nella quasi totalità dei casi appaltati nella gestione del dato a terzi privati. La fattualità quindi è che tanto nella ricerca quanto nell’influenza informativa, prima di tutto SOCMINT, la strada è tutta in discesa sia nell’intelligence pubblica che privata e gli zombie, al pari delle altre componenti digitali riferite ad entità in vita, sono essenziali per costruire rapidamente scenari efficaci ed efficienti.

Il problema è che si è raggiunto il punto di non ritorno, per cui il costo per permettersi di non diventare degli zombi è di gran lunga superiore, e quindi non affrontabile normalmente, rispetto a quello di doverlo essere.

Innovation Intelligence Analyst | Meditator Zombie | Middle Age Hikikomori | Digital Borderline | Has A Black Hole Under The Pillow |A Bad Product Of💜Venezia🦁

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